Racconto Criminale: un’esperienza di scrittura collaborativa

Concorso l'Adunanza

Logo del concorso “L’Adunanza”

Nel 2009 mi è capitato di partecipare, insieme ad altri sei autori, alla scrittura di “Racconto Criminale“, recentemente edito da Nero Press e disponibile come eBook gratuito.

In questo articolo parlo della singolare esperienza di scrittura collaborativa che ha portato alla scrittura del racconto, vincitore del concorso “L’Adunanza“.

 

L’Adunanza

Tutto è iniziato quando il team dell’attivissimo portale di scrittura Bravi Autori ha indetto un concorso davvero originale: una sfida tra racconti scritti a più mani dalle varie community letterarie italiane. Io frequentavo il forum dell’associazione culturale/casa editrice XII, e appena è scattato il reclutamento, mi sono proposto.

Abbiamo quindi formato una squadra, ed ecco il primo ostacolo: eravamo in ben sette persone (di età, sesso e regioni differenti, variegate anche nei gusti letterari, e che “si incontrano” in remoto), e abbiamo subito capito che non sarebbe stato facile scrivere insieme così in tanti. Basti pensare che per prima cosa dovevamo decidere il nome del gruppo, e il fatto che alla fine si sia scelto “NAMELESS” dice tutto sul livello di accordo iniziale tra i partecipanti…

Lavoro di squadra

Se volevamo combinare qualcosa, dovevamo tirare fuori le idee. Incontrandoci sul forum, e inoltre con un paio di telefonate skype, abbiamo iniziato a sfornare soggetti e ipotesi di trama, e commentare la fattibilità di ciascuna proposta. Da questo confronto sono emerse un paio di idee ritenute migliori e più adeguate la caso. Una riguardava una rapina in banca. L’altra un personaggio che incontra per caso un vigile del fuoco che gli aveva salvato la vita. Perché scegliere? Le due cose sono state fuse insieme in una bozza di soggetto da sviluppare.

zampe d'elefante

Gli anni ’70 sono famosi per i pantaloni a zampa d’elefante, come dimostra la figura

Eravamo a questo punto orientati verso un racconto noir/poliziesco stile anni ’70, ambientato a Roma. Però per procedere era necessario elaborare una trama convincente e su cui ci fosse il consenso di tutti. Dice a questo proposito Nicola Roserba nella prefazione al racconto:

Lo si è fatto nel modo più democratico possibile, vale a dire partendo da proposte di ambientazione storica e geografica per poi costruire sopra la storia e le biografie dei personaggi: aspetto fisico, carattere, vissuto. Tutti hanno buttato sul tavolo le loro idee e le hanno difese con convinzione. Giorni, settimane di discussioni anche accese sul forum, ma alla fine si è arrivati al giusto compromesso.

Come si scrive un racconto? Boh.

Ogni autore ha i suoi metodi (o assenza di metodo) del tutto personali. Molti partono da un’immagine, ne costruiscono mentalmente una scena, poi tutto il contorno ecc. (potremmo definirla una tecnica bottom-up, io spesso ho fatto così). Altri procedono in modo opposto. Altri si buttano sulla carta e di volta in volta seguendo il flusso di quello che compare sul foglio. Altri fanno una scaletta di massima, poi scrivono qualcosa, poi rivedono la scaletta, ci ripensano, riscrivono il testo…

Quando si è in più persone però, che lavorano in remoto e in differita, è indispensabile avere una strategia e lavorare non come un “gruppo”, ma come una squadra.

Gli obiettivi erano chiari. Servivano tutti i dettagli. E’ stata scritta una cronologia della storia, una trama. La trama indica “cosa succede“, ma la parte altrettanto complessa è decidere strutturalmente “come va narrato“, che in pratica è l’intreccio. Quindi il tutto è stato suddiviso in scene. Abbiamo stabilito che nel racconto ci sarebbero state tre linee temporali, il presente narrato in prima persona, una piano relativa al passato prossimo e flashback di eventi più remoti. Per ciascuna scena è stato stabilito il punto di vista del personaggio.

Ogni partecipante avrebbe scritto una scena. A questo punto le cose potrebbero sembrare avviate a una facile conclusione, ma bisognava affrontare, in realtà, un altro grosso problema.

Il problema della coerenza

Scrivendo in più persone scene che poi avremmo dovuto montare insieme, rischiavamo di realizzare un’accozzaglia di stili diversi, e qual che è peggio con incoerenze anche a livello di dettagli e personaggi.

Per evitare orrori, abbiamo stabilito di scrivere schede di ciascun personaggio, sufficientemente dettagliate, alle quali ogni autore si sarebbe attenuto. Questo avrebbe evitato che Jeff (il protagonista) avesse i capelli neri nel primo capitolo e rossi nel secondo; ma più che i dettagli fisici era importante avere chiaro gesti, modo di pensare e background di tutte le figure.

Dovevamo conoscerli bene prima poter scrivere la loro storia.

Esempio: uno psicopatico molto efficiente

Per curiosità e per farvi capire di cosa sto parlando riporto (ripescando dei miei appunti di allora, tramite provvidenziale find nell’hard disk) parte della scheda personaggio che fu scritta per Dario detto “il prete”, un comprimario, che nel racconto è definito come “uno psicopatico molto efficiente”.

Lancia beta montecarlo

Ecco a voi la lancia beta montecarlo del ’75, auto di Dario “er prete”

32 anni, capelli ricci molto corti. Figura che ha una certa presenza, ma non particolarmente grosso. Sarebbe bello se non fosse per il naso un po’ troppo grande e un po’ storto. Alcune piccole asimmetrie del viso gli conferiscono un’aria piuttosto inquietante.

Dario è cresciuto in una famiglia molto modesta e piuttosto all’antica, padre operaio, madre casalinga, […] E’ uno che non scherza, uno preciso, che pianifica, affidabile. Una sorta di “aziendalista” del crimine. A lui interessano i soldi, le macchine ecc. (ha una lancia beta montecarlo del 75 modificata) ma gli piace anche semplicemente fare bene il suo lavoro. […]

Il suo carattere è molto chiuso. In macchina sente sempre il radiogiornale, e quelli che si vestono colorati e si drogano decadono automaticamente dalla sua stima. Normalmente tende a non sporcarsi le mani troppo direttamente, ma quando ci si deve mettere lo fa con dedizione. E’ noto per essere spietato. Per lui la vita è come un acquario dove nuotano pesciolini e squali: i pesciolini non meritano altro che essere mangiati, è naturale. Lui sta dalla parte degli squali.

Il suo atteggiamento introverso, la sua fredda efficienza e la sua mancanza di pietà hanno col tempo fatto nascere un certo alone di leggenda sul suo conto.

Il suo soprannome è: “il prete” (come lo dite a Roma? er prete?). Prima di iniziare un pestaggio, di tirare fuori la pistola o altro, infatti, si fa sempre il segno della croce. Non cazzeggia mai (o quasi) con le donne. Sa far parlare le persone: quando si chiude in una stanza con qualcuno, questo immancabilmente “si confessa” con lui. Non va vestito elegante, ma porta quasi sempre una camicia nera o viola (quelle col collettone a punta) immancabilmente sbottonata a mostrare una medaglietta d’oro che rappresenta il sacro cuore di Gesù.

Nel giro si dice che “se vedi il prete che si fa la croce, comincia a pregare”. Si narra che una volta un tizio gli ha sparato e la pallottola lo ha passato da parte a parte sfiorando il cuore. Ma non ha leso niente di vitale e da quel giorno lui è diventato religioso. […]

Ovviamente solo pochi di questi dettagli trovano effettivamente spazio nel racconto finale, ma schede come questa erano indispensabili affinché tutti avessero chiari i tratti fisici e psicologici dei personaggi che avrebbero dovuto muovere nelle varie scene.

Una questione di stile

Altro punto inerente la coerenza riguardava lo stile. Come rendere uniforme per ambientazione, tono e linguaggio lo scritto di persone differenti? Nel nostro caso abbiamo adottato due accorgimenti. Per prima cosa Nicola avrebbe scritto un incipit che serviva anche ad esemplificare le “linee guida” che tutti avremmo auspicabilmente seguito nello scrivere le varie scene. Ecco un estratto.

Roma scorre davanti ai miei occhi. Torrenti di vita fluiscono fuori dai finestrini come immagini di quelle nuove televisioni a colori che costano una fortuna. […]

occhiale a goccia

Gli occhiali da sole a goccia, altro emblema degli anni ’70

Mi chiudo in me, e ripasso. Tutto è calcolato, previsto, misurato. È come una danza. Deve esserlo. Nulla può essere lasciato all’improvvisazione, soprattutto con i compagni che mi ritrovo questa volta. Quelle serate nel retro del bar da Kocis devono aver prodotto un piano decente, o siamo fregati.
Il fischio di una frenata riaccende il volume del mondo e mi strappa ai miei pensieri.
«E muoviti, cazzo!» strilla Micky, strombazzando. Butto un occhio fuori dal parabrezza. C’è la classica NSU Prinz verde pino con deficiente al volante, che va a dieci all’ora in mezzo alla strada. Dario gli dà un colpo secco sul braccio.
«Falla finita, imbecille! Se ci ferma la Madama e vede tutto questo arsenale qua dietro, che le raccontiamo?»
L’altro abbozza un grugnito. Ha lo sguardo un po’ vacuo di chi ha passato la notte a volare invece che a dormire, tossico di merda. Cerca di nascondere la cosa con gli occhiali da sole a goccia, ma lo conosciamo troppo bene per non capirlo al volo. […]

Alfasud

Mitica Alfasud, auto perfetta per una rapina anni ’70 a Roma

Micky allunga la mano e accende la radio. Una musica assordante riempie l’abitacolo.
«Che culo, ho beccato i Led Zeppelin!» urla, e si dimena al volante facendo sbandare l’Alfasud.
A me questa macchina ha sempre fatto schifo, ma la scelta del Prete è stata giusta: non c’è modello più comune in giro e si mimetizza che è una bellezza. Al motore, poi, ci ha pensato er
Pocaluce. Quel miope d’un meccanico ha fatto un buon lavoro, veloce e preciso.

Perfetto. Ora avevamo chiaro tutto. Trama, intreccio, personaggi. L’ambientazione anni ’70 fatto di pantaloni a zampa, alfasud, occhiali a goccia; il tono: frasi sporche e nomignoli romani usati dai nostri cari criminali. Ognuno poteva scrivere la scena assegnata, e alla fine con un grosso lavoro di “romanizzazione” e revisione la stesura finale è venuta fuori e il risultato era quasi incredibile.

Cito nuovamente Nicola dalla prefazione:

Il risultato è stato poi sottoposto a persone di nostra stima, che non hanno ravvisato disomogeneità né stacchi in alcuna parte del racconto. [..]
In effetti, io stesso non ricordo quando finiva la parte scritta da uno e cominciava quella scritta dall’altro. Non riesco a vederla nemmeno ora, rileggendo il racconto, e anche questo credo sia un bene.

Com’è andata a finire

Abbiamo presentato il racconto al concorso e abbiamo vinto (anche se solo per un punto). E’ stata una bella esperienza e molto istruttiva. Se il risultato è stato buono (e adesso toccherà a te giudicare, leggendo il racconto e commentando) è stato merito non solo delle capacità individuali, ma dell’aver lavorato come un team.

Riassumendo, ecco cosa è stato fatto:

  1. Racconto Criminale, ebook gratuito

    Immagine di copertina di Racconto Criminale

    Si è composto il team, per partecipazione spontanea e quindi formato da gente che aveva voglia di fare la sua parte fino in fondo

  2. Si è passati per una fase di brainstorming
  3. Tramite gli strumenti della discussione e dell’argomentazione, abbiamo stabilito un consenso sulle decisioni iniziali  e in tutte le varie fasi del processo
  4. Abbiamo seguito una strategia di lavoro e assegnato a ciascuno una parte da fare, stabilendo anche linee guida e scadenze
  5. Fondamentale la revisione finale di tutte le parti per ottenere un testo uniforme

Così facendo, in pratica abbiamo scritto un racconto che nessuno degli autori, individualmente, avrebbe potuto elaborare.

Racconto Criminale: l’eBook gratuito

Spero che l’excursus in questa esperienza di scrittura collaborativa sia stato interessante. Ora è il momento di vedere e giudicare i risultati.

Leggi Racconto Criminale. E’ disponibile gratuitamente per il download dall’editore Nero Press.

Se il racconto ti piace o ti fa schifo, dì la tua commentando questo articolo (o sul mio portfolio)!

 

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